Intervista di Antonia Romagnoli

Le donne e la violenza: un tè speciale con  Ornella Aprile Matasconi.
 

Dal blog “www.antonairomagnoli.it/write
     http://www.antoniaromagnoli.it/write/le-donne-la-violenza/

 

Oggi non è venerdì, ma vorrei proporvi ugualmente una piccola intervista.
Questa settimana, il blog è dedicato alle donne e alle tematiche femminili, perciò non potevo tralasciare un argomento spinoso e difficile, quello della violenza.
Ho voluto farlo confrontandomi con l’autrice di un romanzo che racconta una storia di violenza, sia fisica che psicologica.

 

Ecco a voi con il suo "Gli artigli dell’innocenza", Ornella Aprile Matasconi.


Ciao Ornella, e grazie per aver accettato il mio invito.

Ti chiedo di raccontarci un po’ di te e del percorso che ti ha portata alla scrittura.


Sono una donna vulcanica, piena di energia e voglia di fare. Adoro l'arte e la cultura. Mio padre è un artista contemporaneo. Dipinge con gli inchiostri colorati. Fin da piccola ero al suo fianco, lo guardavo realizzare i suoi capolavori. Ero nata da un anno quando vinse un premio alla Rai con una sua poesia. Crescendo mi sono dedicata a lui, ho iniziato a viaggiare per allestire mostre in quasi ogni città italiana. Ho partecipato a iniziative uniche ed emozionanti ed esposto con le più importanti gallerie d'arte internazionali.
Non avrei mai creduto di essere artista anch'io. L'ho scoperto per caso. Dopo un grande dolore. Nella mia vita, purtroppo, ho sofferto moltissimo; non solo sofferenze comuni a tutti, io ho patito cose che mi hanno portata allo stremo, a conoscere i miei limiti e a superarli. Ero caduta in una sorta di buco nero, in fondo al quale  non c'era nemmeno uno spiraglio di luce, ed io ci stavo bene. Quando i dolori sono intensi il nero che avvolge risulta essere piacevole e rassicurante. Si perde di vista la bellezza della vita. Ci si adagia nel dolore. Ci si annulla e si pensa che niente e nessuno debba disturbare. Io vivevo aspettando di morire. Mi cullavo del nulla. Il mio dolore riempiva le mie giornate. E mi appagava. Nessuno riusciva a raggiungermi. Inutili i richiami amorevoli di chi mi voleva bene, per prima mia madre.


Fin quando un giorno incontrai un sorriso. Uno splendido uomo mi stava sorridendo. Lo ricordo avvolto dalla nebbia. Ma quel sorriso mi fece d'un tratto vedere un colore. E mi ricordai della bellezza dei colori. Da lì iniziai a svegliarmi, capii che oltre il nero c'era un mondo colorato; iniziai a vedere la luce in fondo al tunnel. Molte volte avevo sentito accostare la vita ad un tunnel, identificandolo con la difficoltà; stranamente fu così che vidi la mia vita: come dentro un tunnel nero. E lontano, lontano, dopo quel sorriso, finalmente vedevo un bagliore. Ed ogni giorno, sudando letteralmente, mi avvicinavo a quel puntino che emanava luce. Ricordo che era come sbattere ovunque per raggiungere quel punto luminoso, ma quel sorriso mi aveva riempito di gioia, mi aveva fatto riscoprire la gioia... volevo tornare a vivere, continuare a sentire quella gioia. Fu così che alla fine uscii dal tunnel, anche se non fu per niente facile. La luce, dopo tanto buio, era accecante. Scoprii che non ero più in grado di vivere, non sapevo più vivere.


Avevo dentro ancora troppo dolore, era un fardello che mi impediva di vivere. Decisi così di iniziare a scrivere e descrivere quel dolore che mi opprimeva e mentre scrivevo di getto, descrivendolo minuziosamente, stavo meglio. Scrivevo su dei pezzettini di carta che lasciavo sparsi ovunque. Fino a quando una mia cara amica, leggendoli mi disse: ma sai che sono bellissimi questi tuoi pensieri? Dovresti scrivere. Hai un non so che...

 

Ecco. E' iniziata così. Ascoltando la mia amica provai a creare un personaggio a cui delegare il mio dolore: Lilia. La feci sprofondare in ogni sorta di brutta avventura. Fin quando non mi bastò più farla soffrire. Mi resi conto che non mi piaceva vederla soffrire così. Volli renderla vincente. E così feci. La feci vincere. E quando dopo tre anni e mezzo avevo finito quello che divenne il mio primo romanzo, mi resi conto che insieme alla protagonista del mio libro, avevo vinto anch'io. Ero guarita. Da allora non ho più smesso di scrivere. Mi dedico alle sofferenze; al sociale. Perché credo che anche là dove c'è tanta sofferenza, possa e debba esserci la luce.


Da dove è nato "Gli artigli dell’innocenza"? Perché hai scelto di parlare di violenza? Come sono nati i tuoi personaggi?


  "Gli artigli dell'innocenza", il mio primo romanzo, è nato dal mio dolore, appunto. Ho scelto di parlare di violenza perché la violenza, in qualsiasi forma, è un modo per uccidere. La violenza è una forma di morte. Si può morire di violenza. Si può smettere di vedere la vita. Proprio come era successo a me. I miei personaggi sono nati spontaneamente. Lilia è la protagonista. Una donna semplice e pulita che cerca l'amore ma che purtroppo sembra non riuscire a trovarlo. Anzi, trova dolore. L'ho chiamata Lilia, vuol dire giglio: purezza. Come la purezza d'animo e di sentimento. Otello e' colui che la violenterà: mi è parso giusto come nome, cupo, come il personaggio che vado a descrivere. Poi arriverà il bel Raffaele, un uomo affascinante e misterioso, potente e di successo. Infine Leonardo, l'uomo che la salverà...


Siamo in prossimità della festa della donna. Che messaggio vorresti trasmettere alle donne che si trovano a compiere un percorso come Lilia?


  Vorrei dire che noi donne siamo in grado di dare vita, generiamo. Quando occorre dobbiamo rigenerare noi stesse: siamo in grado di farlo. E se lo faremo saremo più forti. Perché per quanto possa sembrare assurdo, anche un grande dolore, apparentemente insuperabile, può darci qualcosa, può farci scoprire qualcosa di noi. A me ha dato modo di scoprire una dote che forse non avrei mai scoperto di avere: la scrittura. In un passaggio del libro scrivo:


“La vita non ci pone mai davanti un ostacolo
insormontabile” si è detta Lilia.
Gli ostacoli bisogna aggirarli, trovare la strada
alternativa, seguire il nuovo percorso che, con un po’
di fortuna, ci regalerà nuovi scenari e nuove emozioni;
lasciarsi guidare dal cuore, lasciarlo libero da sentimenti
negativi e la via alternativa, che la vita ci porrà davanti,
sarà forse anche migliore di quella perduta. Soffrendo,
a volte, si può pensare che sia finita, che il domani
non sarà mai come il nostro ieri, ma non è così, la
vita è meravigliosa, il nostro cuore è sempre pronto a
sorprenderci e a regalarci emozioni diverse, esaltanti e
forti, facendoci dimenticare le amarezze patite".

 

La violenza sulle donne è un tema (purtroppo) sempre attuale. Perché “essere donna”, secondo te, per tante finisce col significare “essere in pericolo”? Pensi che abbia senso parlare di sensibilizzazione verso questa piaga o che il modo di affrontarla sua diverso?


  Perché siamo viste con un occhio malsano: seconde. L'uomo da sempre è "capo"; noi donne siamo viste come una sorta di "vice".
Ho voluto di proposito per il mio libro il titolo: "Gli artigli dell'innocenza". Per rivendicare quella innocente e devota vita che la maggior parte di noi donne vive. Siamo donne, amanti, madri, mogli, figlie. Ogni ruolo richiede impegno e costanza ma non siamo mai per tutto questo, apprezzate come dovremmo, siamo scontate e quasi obbligate a tutto ciò'.
Invece non siamo seconde a nessuno. Abbiamo gli artigli che ci permettono di difendere il nostro ruolo. Ruolo importante nella società. Unico e determinante. Non lo urleremo mai abbastanza.


Un augurio da parte mia a tutte le donne dal profondo del mio cuore: auguro a ognuna di avere quello che desidera, soprattutto: rispetto e amore.
Grazie a Ornella per aver partecipato a questa intervista!