PRESENTAZIONE

 

a cura della Dott.ssa Elisabetta Serafini

 

 LIBRERIA MONDADORI - VIA PIAVE (ROMA)

 

 

Sa cosa mi manca tanto di lei? L’Infinito. La vita con lei nelle giornate non aveva confini, né inizio, né fine. Era infinita…una sensazione che era meglio non avere conosciuto…me ne sono drogata...e ora ne sto morendo

 

 

È con queste parole, tratte dal romanzo di Ornella Aprile Matasconi, Gli artigli dell’Innocenza, che vi do il benvenuto. È un breve segmento nella movimentata trama del racconto, un tassello d’assaggio dei vari registri che ne costituiscono le diverse intonazioni: narrativo, dialogico, o, come in questo caso, epistolare- diaristico in forma di mail .

Fin dalla prima lettura, tempo fa, mi hanno subito comunicato un moto di meraviglia, entusiasmo, gratitudine. Mancanza/Infinito: è ovvio, direste voi, si parla di desiderio; il sempre risorgente desiderio, il DNA dell’essere umano, l’interruttore on/off della vita: elisir e veleno.

Giusto. Ma se ne aggiungono altre di ragioni. Tre per la precisione, come conviene a una fiaba che si rispetti; tante quanto le tre parole: meraviglia, entusiasmo, gratitudine.

 

La meraviglia per la catena di coincidenze che lega questo libro all’evento della nostra amicizia: un viaggio - come casuali vicini di posto nella carrozza di un treno, nella tratta di andata e, imprevedibilmente, di ritorno (entrambe all’ultimo avevamo cambiato data e orario) - sarebbe stato l’inizio di un altro viaggio avventuroso, le cui stazioni, binari, paesaggi, passeggeri, bagagli, Ornella, la mia Ornella, avrebbe magicamente evocato dal bianco di un foglio con la forza delle sole parole.

 

 

L’entusiasmo per i tempi, i nostri tempi, in cui è naturale che a una donna sia riconosciuta la "paternità" della propria opera su cui appone la firma - nome e cognome propri, reali. Non così un tempo, come testimonia il caso di Sulpicia, poetessa romana del I sec. a.C., -l’unica di cui ci siano giunti alcuni componimenti e la cui esistenza fu a lungo dibattuta: troppo brava per essere una donna; piuttosto una finzione letteraria, uno pseudonimo sotto cui si nascondeva una voce (e una perizia) maschile - o della Compiuta Donzella - nome d’arte di una poetessa fiorentina del XIII sec., la cui esistenza letteraria, ai suoi stessi occhi, era ammissibile a patto che si presentasse, agli occhi degli altri poeti, uomini, come "La donna perfetta" da loro vagheggiata -. Entrambe, guarda caso, poetesse d’amore.

Quando lui non mi guarda,/cerco la mia immagine/sul muro. E vedo solo/ un chiodo, senza il quadro.

Così scrive la poetessa polacca Szymborska ( "Accanto a un bicchiere di vino").

Mi vedo con i suoi occhi.

Così scrive, in un altro passaggio, Ornella Aprile. È la dinamica avviluppante dell’amore: gli occhi, lo sguardo, l’amato tutto intero sono lo specchio che ci restituisce la nostra immagine, su cui ci proiettiamo, ci modelliamo.

 

 

3) La gratitudine per la cornice sintetizzata nel titolo, che raccoglie insieme e dà senso alle peripezie, altrimenti romanzesche, della trama: Gli artigli dell’innocenza. Un ossimoro per tanti versi: un plurale e un singolare; un concreto e un astratto; gli artigli di un predatore e l’innocenza di una preda insieme. Perché non è da credere che l’innocenza sia innocua, inerme, vile. Vittimistica. Le prove a cui si oppone combattivamente per non derogare alla propria integrità la rendono tale. Non nonostante le prove, ma perché è messa alla prova è tale. Un po’come un fiore (Lilia , la protagonista del romanzo, ha il nome di un fiore), che reciso o schiacciato proprio allora esala più intenso il suo profumo.